Stato di crisi


“Stato di crisi” è l’azzeccato titolo dell’ultima fatica editoriale di Zygmunt Bauman, uno tra i più attenti studiosi delle dinamiche della società contemporanea, l’opera è stata scritta a quattro mani con il sociologo Carlo Bordoni. Dei molti aspetti della crisi attuale che Bauman e Bordoni sottolineano nel loro dialogo letterario, il tema delle migrazioni è secondo Bauman «è quello che oggi avvertiamo come più urgente da affrontare».

«A differenza di altre tematiche la crisi umanitaria dei migranti era prevedibile, siamo noi ad aver ignorato a lungo i segnali che pure c’erano: pensiamo a quanto accadeva già diversi anni fa nella piccola Lampedusa. L’Europa non si è preparata e oggi viviamo spiazzati, senza capacità di adeguarci ai cambiamenti e dare risposte. Dovessi scegliere una parola da abbinare alla parola crisi che oggi sostituirei con “sorpresa”».

Poiché molti dei problemi da fronteggiare nascono a livello sovranazionale, l’entità delle forze a disposizione degli stati-nazione non è sufficiente per venirne a capo. I fenomeni transnazionali non hanno redini o reti che possano contenerli, superano i confini e gli strumenti a disposizione del singolo stato-nazione. Siamo di fronte a una dissonanza tra potere e politica che produce un nuovo tipo di paralisi: indebolisce l’attività d’intervento e riduce la fiducia collettiva nella capacità dei governi di mantenere le loro promesse. L’impotenza degli esecutivi accresce il cinismo e il sospetto dei cittadini, innescando una triplice crisi: della democrazia rappresentativa, della fiducia nella politica e della sovranità dello Stato.

I grandi flussi migratori in arrivo hanno generato anche un cambiamento nella percezione generale e oggi al termine “sicurezza” gli europei tendono sempre più ad associare questioni di ordine pubblico: la presenza di militari, di polizia, di sistemi di sorveglianza. La società europea chiede ai governi questo tipo di risposte a controllo della sicurezza.

Quarant’anni fa la piena occupazione era un dato di fatto in Europa, oggi non lo è più. Ciò genera un’inquietudine che pervade tutta la società. Posso perdere il lavoro da un giorno all’altro e niente più mi può dare garanzie. Le multinazionali spostano velocemente le loro sedi e i loro affari, c’è una enorme competizione su scala globale, i sindacati non riescono più a rappresentare una società polverizzata, i partiti non danno risposte concrete e io mi trovo solo davanti a tutto questo.

Che connessioni ci sono tra questa insicurezza esistenziale e i fenomeni migratori? si chiede Bauman . Chi ha lasciato l’Africa o il Medio Oriente, lo ha fatto lasciando tutto, arrivando in paesi che nemmeno conosce, non ha potuto fare calcoli. Ci fa paura accogliere queste persone perché sono grandi punti di domanda per noi. Questa è una sfida di comprensione che interessa soprattutto la classe media.

Questo è il punto! Ieri la classe media era composta di persone che, bene o male, nella vita ce l’avrebbero comunque fatta; le classi medie di oggi sono classi di precari. Questa generazione condivide l’incertezza totale, un’incertezza che riempie ogni spazio della nostra vita. C’è chi scappa, chi guarda e sta in silenzio. I precari non sono assolutamente in grado di fare previsioni e senza previsioni può esserci una vita dignitosa? L’elemento che accomuna migranti e precari è la paura, l’assenza di possibilità di pianificazione.

Per Bauman l’attuale clima sociale promuove l’individualismo, la competizione e la diffidenza, quando le migliori risposte davanti alla crisi sarebbero di segno opposto: solidarietà e senso di responsabilità nei confronti dell’Altro. «La sicurezza è un sentimento che si crea e si rinforza nell’idea di vivere dentro un orizzonte comune».

Nessuno può dire cosa succederà, perché la società è sempre più complessa e davanti non abbiamo un solo bivio, ma una serie di decisioni molto delicate da compiere. Quando ci interroghiamo sul futuro proviamo a ricordare Gramsci: «a breve termine sono pessimista, ma voglio rimanere ottimista nel lungo periodo!».

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